L'arte del presepe napoletano

L’arte del presepe napoletano

La consuetudine natalizia di rappresentare la scena della Natività non è certo un’esclusiva partenopea, ma nulla è paragonabile al genio e al virtuosismo del presepe napoletano. Ciò che lo distingue dagli altri è l’attenzione quasi maniacale ai dettagli, dai minuziosi costumi dei pastori in adorazione del Bambino Gesù fino alle riproduzioni incredibilmente realistiche dei prosciutti appesi nelle taverne. La rappresentazione plastica della nascita di Gesù risale ai primi secoli dell’era cristiana, ma il tipico presepe napoletano nacque nel 1535, l’anno in cui un sacerdote locale di nome Gaetano da Thiene (poi proclamato santo) ruppe con la tradizione vestendo le statuine del suo presepe con i costumi napoletani dell’epoca e non con le consuete vesti bibliche. La sua reinterpretazione del presepe innescò una passione per il genere che raggiunse l’apogeo nel XVIII secolo con il presepe del Settecento, una versione della Natività dai toni quasi leggendari, molto lontana dal più modesto e casereccio presepe popolare. Quest’ultimo era spesso inserito in ambientazioni buie, cupe e sotterranee, dove l’unico elemento esaltato dalla luce era la Sacra Famiglia a simboleggiare la salvezza, mentre la versione barocca aveva come cornice soleggiati paesaggi bucolici le cui sfumature cromatiche riflettevano le tavolozze dei colori usati dai grandi artisti dell’epoca.

Benché diversi per dimensioni e stile compositivo, entrambe le tipologie condividevano il medesimo simbolismo, dalla taverna quale emblema del peccato al ruscello o la fontana quali simboli di purificazione. Nel presepe del Settecento la scena della Natività poteva anche essere ambientata fra le rovine di un tempio pagano, riflettendo sia il trionfo del cristianesimo sul paganesimo sia l’interesse per le scoperte archeologiche del secolo, prima fra tutte quella di Pompei. Per la nobiltà e la borghesia della Napoli settecentesca, il presepe serviva a esibire la propria devozione e al tempo stesso il proprio status sociale, diventando così un segno di ricchezza e buon gusto oltre che di meditazione sul miracolo del Natale. La realizzazione delle statuine veniva affidata agli scultori più in voga e gli abiti venivano confezionati con le stoffe più raffinate. Persino la famiglia reale ne fu contagiata: Carlo III di Borbone (re di Napoli come Carlo VII) consultò l’esperto di presepi e frate domenicano Padre Rocco per creare il suo spettacolare presepe composto dai ben 5000 personaggi che ancora oggi si possono ammirare al Palazzo Reale. Eppure anche questo capolavoro impallidisce rispetto all’epico presepe esposto nella Certosa e Museo di San Martino, considerato il più grande del mondo.

Sono trascorsi alcuni secoli, ma la tradizione viene perpetuata dai venditori di presepi e pastori sparsi in tutta la città. Oggi, purtroppo, molti negozi trattano soltanto pezzi prodotti su scala industriale e sono pochi i laboratori che realizzano le statuine secondo gli antichi metodi artigianali. Fra questi segnaliamo Ars Neapolitana e La Scarabattola, che condividono l’onore con le Sorelle Corcione, i Fratelli Sinno e, nella vicina Torre del Greco, con il veterano dell’arte presepiale Salvatore Giordano. Fedeli alle tecniche dell’epoca aurea dei presepi, questi artigiani modellano il busto di ciascun personaggio in argilla a grana fine su un blocco di legno umido chiamato ‘morto’; cominciando con il petto per poi proseguire con il collo e infine la testa. Terminata la sagoma del busto, dopo averla lasciata all’aria per un’ora, inizia l’opera di scultura dei particolari, dai muscoli del collo al naso, fino alle rughe. La tradizione impone che le fattezze delle figurine rispecchino quelle dei secoli passati, ovvero di personaggi del popolo magari sdentati, con la pelle martoriata dai porri e con il gozzo, tanto che alcuni napoletani, per definire in modo spiritoso una persona con evidenti difetti estetici, usano l’espressione curiuso comma nu’ pastore (strano come un pastore del presepe). Una volta terminato, il busto viene cotto in una fornace per otto ore, dopodiché la statuina viene completata con gli occhi di vetro e dipinta con vernici acriliche o i tradizionali colori a olio. Il busto viene poi unito al resto del corpo (attorno a un’anima in metallo) e — ultimo ma non meno importante — l’insieme viene vestito con un elaborato costume confezionato a mano.

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