La grande musica napoletana

La musica napoletana

Nel Settecento Napoli era considerata la capitale mondiale dell’opera lirica: compositori locali come Francesco Durante (1684-1755), Leonardo Vinci (1690-1730) e Tommaso ‘frutta (1727-79) diffusero lo stile napoletano. Il più grande compositore nella storia di Napoli, Alessandro Scarlatti (1660-1725), studiò nel prestigioso conservatorio della Chiesa della Pietà de’ Thrchini in Via Medina. Con un centinaio di opere liriche al suo attivo, Scarlatti contribuì a fissare i canoni dell’opera seria. Parallelamente all’opera seria si sviluppava l’opera buffa come il celebre intermezzo La serva padrona di Giovanni Battista Pergolesi, rappresentata a Napoli per la prima volta nel 1733. Al centro della vita musicale napoletana ci sono il Teatro San Carlo e il Conservatorio San Pietro a Majella. Il Teatro San Carlo, voluto da Carlo di Borbone, venne inaugurato il 4 novembre 1737 con l’Achille in Sciro di Domenico Sarro su libretto di Metastasio.

La notte del 12 febbraio 1816 un incendio distrusse il teatro che, anche grazie all’impegno dell’impresario Domenico Barbaja, venne ricostruito in meno di un anno e riaprì il 12 gennaio 1817 (“Tutta Napoli è ebbra di felicità”, scrisse Stendhal). In quella sala venero applaudite prime di Rossini, di Donizetti, e qui debuttò Bellini. Dal 1981 al 1987 il compositore napoletano Roberto De Simone (animatore della Nuova Compagnia di Canto Popolare e autore dell’applauditissima ‘Gatta Cenerentola’) è stato direttore artistico del San Carlo.

Al Conservatorio San Pietro a Majella (nato nel 1808 dalla fusione di quattro istituti musicali) studiarono, tra gli altri, Gaetano Donizetti e Umberto Giordano, Vincenzo Vitale (che come docente nello stesso istituto ha dato vita alla prestigiosa scuola pianistica napoletana) e Riccardo Muti. La canzone napoletana affonda le proprie radici nella tradizionale Festa di Piedigrotta. Alcune canzoni inneggiano alla città, come la famosissima Tuniculì, funiculà; composta nel 1880, che è un’ode alla funicolare che saliva sul Vesuvio; altre lamentano la lontananza da Napoli.

In ogni caso, queste melodie divennero popolarissime sul posto, ma soprattutto tra i milioni di emigranti che si imbarcavano per cercare una vita migliore all’estero. L’arrivo degli alleati americani nel 1943 contribuì a diffondere altri due generi musicali molto amati dai napoletani: il jazz e il rhythm and blues. Questa fusione venne definitivamente alla ribalta alla fine degli anni ’70, che segnarono un momento decisivo per il panorama musicale della città: artisti come Eugenio Bennato, Enzo Avitabile e Pino Daniele riportarono in auge la canzone popolare napoletana contaminandola con il rock, il roots reggae e i ritmi ipnotici della tradizione africana. I testi agrodolci dedicati da Pino Daniele alla sua amata città (in particolare ‘Napule è’) hanno saputo toccare le corde profonde del pubblico, non soltanto partenopeo. La sua improvvisa scomparsa nel gennaio del 2015, è stata vissuta come un lutto collettivo e ha visto folle di persone radunate a cantare le sue canzoni persino sulla metropolitana. Anche se Pino Daniele non c’è più, la sua musica continua a vivere e costituisce una parte del ricco patrimonio musicale di Napoli, al quale il regista americano John Turturro aveva peraltro dedicato il film Passione (2010), da lui stesso definito ‘una lettera d’amore cinematografica’ alla città e alle sue melodie.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *