I droni contro il cancro

I droni contro il cancro

Dai mini droni, microscopici veicoli capaci di iniettare i farmaci proprio dentro le metastasi, ai super raggi che risparmiano i tessuti sani. Sono gli strumenti della medicina di oggi, grazie ai quali la probabilità di sopravvivere a un tumore aumenterà ancora: negli ultimi 40 anni è raddoppiata.

Alla fine degli anni Settanta solo poco più del 30 per cento delle persone colpite dal cancro riusciva a sconfiggere la malattia. Negli anni Novanta la percentuale è salita a quasi il 47 per cento per arrivare oggi al 60. Sono stati compiuti importanti progressi dal punto di vista della diagnosi e della cura: il miglioramento e l’introduzione di nuove terapie ha permesso sia di aumentare il numero delle persone che guariscono sia di prolungare la sopravvivenza dei pazienti, tenendo sotto controllo il tumore come una malattia cronica. A rendere possibile questo risultato, come sosteneva il grande oncologo Umberto Veronesi, sono soprattutto gli stili di vita e una diagnosi precoce. Ma grande peso hanno anche tecniche chirurgiche sempre più raffinate.

L’importanza dell’ambiente

Un’analisi demografica globale appena pubblicata sulla rivista Nature da Xiao Dong, Brandon Milholland e jan Vijg dell’Albert Einstein College of Medicine di NewYork pone il limite teorico della vita umana a 122 anni. Il problema è come arrivarci, come proteggere i nostri geni e superare le malattie che il destino ci riserva. La genetica ha un ruolo fondamentale nell’invecchiamento, ma è un altro fattore a influenzare l’attività del nostro codice ereditario favorendo l’insorgenza di varie patologie come le sindromi neuro-degenerative e i tumori.

Lo dice una giovane scienza, l’epigenetica, che studia le modifiche che il nostro corredo genetico può subire nel corso della vita. Tali modifiche, che possono indurre il cancro, non riguardano l’intero Dna, ma un meccanismo che “silenzia” i geni, cioè ne impedisce l’attività, in funzione delle stimolazioni ridotte dall’ambiente. Ad agire in modo sfavorevole possono essere le sostanze inquinanti, lo stress e i tipi di cibo.

FRUTTA E VERDURA

Consumare in grandi quantità questi alimenti ricchi di fibre e vitamine riduce il rischio di sviluppare gran parte dei tumori. È stato calcolato, infatti, che se tutti adottassero uno stile di vita corretto si eviterebbe la comparsa di un caso di tumore su tre.

Il Fondo mondiale per la ricerca sul cancro ha redatto un’opera ciclopica di revisione di tutti gli studi scientifici sul rapporto tra alimentazione e tumori, a cui hanno collaborato oltre 150 ricercatori, epidemiologi e biologi provenienti dai centri di ricerca più prestigiosi del mondo. Oltre a una dieta basata sulla varietà e sulla limitazione di zuccheri, alcol e carni rosse e conservate, il rapporto raccomanda di evitare il fumo e di mantenersi snelli e fisicamente attivi tutta la vita.

Droni invisibili

Particelle sempre più piccole per scoprire un grande male: è lo scopo della nanomedicina, una nuova tecnologia che prevede l’uso di minuscoli dispositivi dell’ordine del milionesimo di millimetro per la diagnosi e la cura. Gli scienziati l’hanno ribattezzata “chemioterapia intelligente” perché agisce solo dove serve. Una delle sue applicazioni, infatti, è un farmaco composto da particelle tanto piccole da penetrare direttamente nelle metastasi e distruggerle superando i meccanismi di resistenza messi in atto dalle stesse cellule del cancro.

Il preparato, chiamato iNPG pDox, è frutto del lavoro di un team di ricercatori del Methodist research institute di Houston (Usa) guidati da Mauro Ferrari, uno dei maggiori esperti di nanotecnologie in medicina a livello mondiale.

Sperimentato su topi con tumore al seno, in laboratorio si è dimostrato capace di curare buona parte delle conseguenti metastasi polmonari e al fegato. Oltre la metà delle cavie, infatti, non ne ha mostrato più traccia a distanza di otto mesi, l’equivalente umano di vent’anni di vita: un risultato tanto incoraggiante da indurre i medici ad avviare entro il 2018 i primi test sull’uomo.

Un nano-sensore diagnostico

Presto basterà t in semplice prelievo di sangue senza bisogno di ricorrere alla biopsia per avere informazioni sulla presenza o meno di un tumore. Questa rivoluzione sarà possibile grazie a Ultraplacad, un biosensore nano-fotonico capace di sfruttare la luce per rilevare infinitesimali quantità di marcatoti minoral. Proposto nell’ambito di Horizon 2020, il programma quadro europeo per la ricerca e l’innovazione, il sensore sarà sviluppato da un consorzio formato da 13 centri di eccellenza mondiale che realizzerà entro il 2017 un prototipo industriale di laboratorio da testare ciclicamente all’Istituto nazionale tumori Regina Elena di Roma.

Per la prima volta attraverso la luce potranno essere individuati, in particolare nei pazienti con carcinoma colon-rettale, geni mutati e altre alterazioni a carico di micro frammenti di Rna attivi nella regolazione dell’espressione genica. Il biosensore potrà dare in tempo reale indicazioni su estensioni e diffusione del tumore, migliori opzioni terapeutiche e risposta della malattia alle terapie.
Il “super raggio” che cura Si chiama TrueBeam, cioè “vero raggio”, un’apparecchiatura per la radioterapia progettata nella Silicon Valley americana e da poco installar; nella clinica Humanitas di Rozzano e nella Struttura di radioterapia oncologica degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico di Reggio Emilia. Si tratta di un acceleratore lineare di particelle capace di un’altissima precisione nell’irradiazione delle cellule tumorali che gli consente di risparmiare i tessuti sani circostanti.

Dotato di potenti sistemi di acquisizione e visualizzazione delle immagini, TrueBeam è in grado di calcolare anche il movimento interno degli organi dovuti alla respirazione. Per merito di questa capacità di precisione possono essere erogati trattamenti mirati e altamente concentrati in tempi ridotti e con un numero di sedute sensibilmente inferiore a quanto sinora era possibile. Ne potranno beneficiare soprattutto i tumori localmente avanzati e non operabili del fegato, del polmone, del pancreas e del sistema nervoso centrale.

Un robot per chirurgo

Meno dolore, degenze più brevi, un più rapido ritorno alla normalità sono il frutto delle ultime tecniche micro-chirurgiche che consentono di ridurre al minimo il trauma dell’asportazione dei tessuti malati. In quest’ambito, la più recente innovazione è rappresentata dalla chirurgia robotica.

Il sistema robotico più avanzato, chiamato Leonardo da Vinci, è dotato di un braccio che sostiene una micro camera su un endoscopio e di altri tre le cui dita sono costituite da strumenti minuscoli come aghi. Esse sono in grado di incidere, suturare e cauterizzare con una precisione fino a cinque volte superiore rispetto alle dita dell’uomo. I loro movimenti riproducono al millimetro i gesti del chirurgo che da una console pilota l’intervento osservando su uno schermo le immagini ingrandite.

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