extraterrestri

Come sono fatti gli extraterrestri?

Il primo a essere convinto che gli alieni avessero visitato la Terra fin dai tempi più antichi è stato Charles Fort (1874- 1932), uno stravagante americano che consacrò la sua vita alla raccolta di un’infinità di articoli di giornali che riportavano fatti strani, ritrovamenti di oggetti impossibili e scoperte incredibili. Fort giunse alla convinzione che tutta la storia della Terra fosse diretta da un misterioso “potere” alieno. Suo seguace più appassionato è stato lo scrittore e giornalista italiano Peter Kolosimo (1922-1984): in un suo libro del 1969, basandosi su testi e opere architettoniche del passato, indaga sulle varie ipotesi che la Terra sia stata visitata in tempi remoti da esseri provenienti dallo spazio.

È l’atto di nascita della cosiddetta “archeologia spaziale”, secondo la quale molte raffigurazioni sparse nel mondo sarebbero veri e propri ritratti di visitatori extraterrestri: è il caso delle pitture rupestri degli aborigeni australiani, delle statuette giapponesi Jomon, con occhi da insetto e mani a pinza forgiate 5.000 anni fa e delle celebri pitture rupestri dei Tassili, la Cappella Sistina del Paleolitico. Il “grande dio di Sefar” Fra i 15mila disegni dipinti tra i 12.000 mila e i 5.000 anni fa sui monti Tassili, in Algeria, spiccano le figure di misteriosi esseri antropomorti che sembrano indossare strani dispositivi simili a caschi, antenne o armi tecnologiche. Fra queste spicca il “grande dio di Sefar”: alto più di 3 metri, dipinto in modo bidimensionale;ha una testa bitorzoluta, quasi crestata.

Dal torso, sproporzionato rispetto al resto del corpo, si protendono le due braccia aperte, con una strana protuberanza nell’incavo dei gomiti. Sotto “il grande dio” s’intravedono, come in processione, figure di antilopi e di esseri umani. Ci sono poi le “teste tonde”, umanoidi con il capo coperto da una specie di globo somigliante a quello dei palombari, considerate da alcuni come raffigurazioni di alieni.

Lo stesso scopritore dei dipinti, l’archeologo francese Flemi Lhote, chiamò la più grande di queste teste tonde, alta ben 6 metri, “l’astronauta”. Anche se altri “personaggi” dei Tassili sembrano fluttuare nel vuoto quasi a confermare la favola extraterrestre, gli studiosi cii cultura sciamanica tendono ad attribuire l’assenza di gravità agli effetti di sostanze allucinogene assunte in cerimonie sacre. Il dubbio resta. «Che cosa potremmo scorgere», si chiedeva Kolosimo, «nel disegno di “divinità” che con la loro enorme statura sovrastano gli individui circostanti, colti in atto di adorazione? Forse veri e propri titani?».

Imprese da giganti

La presenza di extraterrestri di proporzioni gigantesche è spesso servita a giustificare come siano state realizzate alcune delle opere più grandiose della storia, cii cui spesso neppure gli archeologi riescono a dare una spiegazione plausibile. Ecco quindi farsi strada l’idea che si debba loro e ai loro straordinari poteri la capacità cii costruire le mura ciclopiche delle città incaiche o di trasportare per decine o centinaia di chilometri i monoliti di Stonehenge e le teste di pietra degli Olmechi. Nel caso cli questi ultimi, alcuni archeologi suppongono che il trasporto delle pietre sia avvenuto in parte via terra, in parte via acqua su grandi zattere appositamente costruite.

In effetti, una replica sul campo di tale impresa è stata oltremodo deludente. Una spedizione, progettata dall’ingegnere inglese Peter Guthiie, prevedeva che un gruppo di manovali specializzati locali estraesse, scolpisse in forma di testa e trasportasse un masso di 12 tonnellate con gli stessi strumenti conosciuti all’epoca degli Olmechi, cioè attrezzi di pietra, tronchi di legno e funi vegetali. A parte il modesto risultato estetico della sbozzatura del volto, molto più difficile di quanto si pensasse, si riuscì a spostare il masso su tronchi d’albero solo per pochi tratti, mentre il successivo tentativo di trasferirne un altro su una zattera fallì miseramente. E dire che la maggior parte dei monumenti di La Venta pesa anche il doppio della replica moderna. Come siano riusciti a trasportarli quegli uomini di 3.000 anni fa è un mistero probabilmente destinato a rimanere tale.

Un razzo per sarcofago

Per molti ufologi, la “prova regina” riguardante i visitatori alieni è il cosiddetto “astronauta di Palenque”. Si tratta di un bassorilievo scoperto nel 1952 su una pietra tombale maya nel Tempio delle iscrizioni di Palenque, nello stato del Chiapas, in Messico. È ancora Erich von Riniken a parlarne per primo: «La scultura», scrive, «raffigura un essere umano seduto, con la parte superiore del corpo piegata in avanti come il pilota di una moto. Oggi pure un bambino identificherebbe il suo veicolo con un razzo. Ha una forma anteriore a punta; poi si modifica, con tacche stranamente incavate che sembrano portelli di immissione, e si allarga, per finire poi con una fiammata terminale.

L’essere inclinato manipola una se-rie di indefinibili controlli e il tallone del piede sinistro preme su una sorta di pedale. Il nostro viaggiatore spaziale non solo è rigidamente piegato in avanti, ma sta anche fissando un apparecchio appeso davanti al viso». Onesta ipotesi, affascinante quanto fantasiosa, è stata purtroppo contestata dai veri studiosi della cultura maya. Per interpretare correttamente il significato della lastra, infatti, non è necessario postulare improbabili incontri con alieni: il misterioso astronauta altro non è che Pacal, il sovrano che regnò per ben 68 anni, fra il 615 e il 684 dopo Cristo, raffigurato al momento della morte. E i complessi disegni che lo circondano sono la raffigurazione della sua discesa agli inferi e dei vari spiriti divini che lo proteggono.

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